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Le rovine di Umm Ar-Rasas sono situate 30 km a sud-est di Madaba. Il dipartimento giordano per l’archeologia iniziò nel luglio 1986 gli scavi sul luogo, a nord delle rovine, ove ora si intravede il complesso della chiesa di Santo Stefano. Il sito, pur essendo diventato patrimonio dell’Unesco, è un po’ abbandonato a sé stesso dalla sovrintendenza archeologica giordana, e quindi sono pochissimi i turisti che lo conoscono. 

Le iscrizioni rinvenute all’interno della chiesa confermano l’antico nome della città: Mefaat. Se ne parla nel libro di Giosuè:

«Mosè aveva dato alla tribù dei figli di Ruben una porzione, secondo le loro famiglie; ebbero quindi il territorio dopo Aroer, al margine del torrente Arnon… Chesbon e tutte le sue città che sono sull’altipiano; Dibon, Bamot-Baal, Bet- Baal-Meon, Iaaz, Kedemot, Mefaat…» (Gs 13,15ss).

Eusebio di Cesarea, nella sua opera geografica l’Onomasticon, attesta che a Mefaat, ai bordi del deserto, nel IV secolo era di stanza un’unità dell’esercito romano.

Tra le principali rovine di Um El Rasas resta oggi l’accampamento militare romano, un forte rettangolare circondato da solide mura e sorretto da numerose torri e contrafforti. Aveva un’entrata ad est, a nord e a sud, collegate tra loro da strade che attraversavano tutto il campo. A nord dell’accampamento si nota un distretto: si tratta probabilmente del sito sul quale sorgeva la vecchia città, che esisteva già prima dell’arrivo dei romani. In questa zona sono stati trovati reperti di epoca nabatea, romana e bizantina. Circa un chilometro a nord dell’accampamento militare si scorge una torre di guardia alta 15 metri, circondata da una piazza in cui un tempo sorgeva una chiesa.

La copertura della Chiesa di Santo Stefano realizzata dagli americani per proteggere i mosaici (patrimonio dell’Unesco).

I lavori di scavo condotti a Umm Ar-Rasas non sono ancora ultimati, è pertanto difficile dire con esattezza il numero di chiese che vi si trovano. Fino ad ora ne sono state ritrovate 14, quattro all’interno dei recinto dell’accampamento, dieci fuori. Esse risalgono in gran parte al VI-VII secolo.

Tra di esse, la più interessante è quella di Santo Stefano, costruita su pianta basilicale. L’edificio, sobrio, custodisce un pavimento in mosaico ricco di raffigurazioni, che ne fanno un’opera d’arte unica tra le rovine della Giordania, insieme alla mappa di Madaba.

Nello spazio lungo e stretto compreso tra le colonne gli artisti hanno rappresentato numerose città della Palestina, della Giordania e dell’Egitto. Tra le città della Giordania troviamo: Mefaat, Filadelfia/Amman, Madaba, Chesbon/Hisban, Baal-Maon/Main, Areopolis/Rabba, Karak-Moba/Karak, Diblaton e Limbon, probabilmente tuttora sepolta sotto le rovine della città di Lub. Grazie e un finanziamento statunitense la chiesa è stata protetta con una struttura che la ripara dalle intemperie.

Un bellissimo mosaico nascosto sotto la sabbia del deserto e ricoperto appunto di sabbia per proteggerlo dalle intemperie

Ma molti sono i lavori di scavo e le opere per proteggere i mosaici che ancora non sono stati fatti. 

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